Immigrazione, Prodi: «La cittadinanza è un diritto»

A discutere del XVI rapporto sull´immigrazione in Italia realizzato da Caritas-Migrantes presentato mercoledì a Roma, non c´è il ministro dell´Interno Giuliano Amato. C´è Romano Prodi, presidente del Consiglio. E non si tratta di una scelta casuale, ma di un´intenzionale volontà di ripensare alle politiche migratorie non guardando solo alle questure. «L´interfaccia dell´immigrato con il nostro paese – ha esordito il primo ministro – non può essere la questura, ma deve diventare l´ente locale, il comune, l´associazionismo». Insomma, considerare l´immigrazione come fatto strutturale, sistemico, che coinvolge non solo le forze di polizia ma il welfare, l´istruzione, la sanità, a livello sia nazionale che locale. Per questo Romano Prodi ha scelto di venire di persona, per rappresentare tutti i suoi ministri, tutti gli amministratori che sono chiamati ad affrontare un fenomeno che ha già grandi proporzioni e che si duplicherà nei prossimi 10 anni.

Sì, perché il dossier curato dalla Caritas, che si avvale di una rete capillare di centri d´ascolto disseminati sul territorio nazionale, disegna quello che sarà il destino italiano: se oggi sono 3 milioni i soggiornanti regolari nel nostro paese – in particolare rumeni, albanesi, marocchini, ucraini e cinesi – nel 2016 diventeranno il doppio. Non solo perché i flussi migratori non accennano a diminuire, ma anche per i ricongiungimenti familiari e per le nuove nascite: gli immigrati andranno così ad invertire il trend della nostra crescita demografica – nel giro di quarant´anni si stima che il 35 degli italiani sarà over65 – contribuendo a mantenere giovane la nostra popolazione.

Ma non solo: i dati che emergono dal rapporto Caritas sull´immigrazione mostrano come il rapporto tra italiani e migranti non sia concorrenziale, ma garantisca una vera e propria sostituzione in settori dove gli italiani non lavorano più. Ad esempio sono quasi 125 mila gli immigrati occupati regolarmente in agricoltura - il 13% per cento del totale – che contribuiscono in modo determinante all’economia agricola italiana: è il caso della raccolta delle fragole nel veronese, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva in Piemonte, del tabacco in Umbria e Toscana o del pomodoro in Puglia. Situazioni analoghe a quelle di altri settori, come l´edilizia e l´assistenza sanitaria, dove le badanti si prendono cura di oltre 2 milioni di persone non autosufficienti.

Persone che lavorano e che, ha spiegato Prodi, «leggi precedenti hanno obbligato ad essere clandestine e che, se si comportano rispettando le regole della nostra comunità, debbono avere il diritto di diventare cittadini italiani». Le ricette per far emergere questi lavoratori e lavoratrici dalla clandestinità e garantire un ingresso legale a chi arriva nel nostro paese, Prodi le spiega in maniera semplice e concreta: snellire gli adempimenti amministrativi, stabilire quote annuali realistiche, reintrodurre la figura dello sponsor, creare degli strumenti come il permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, evitare i ghetti residenziali, effettuare una programmazione triennale che tenga conto delle indicazioni del mercato del lavoro: «Non si può lanciare l´allarme immigrati di giorno e chiedere la manodopera di notte» ha ammonito il premier, «bisogna rendere flessibile la legalità». Ma c´è anche un´altra strada: il nostro paese deve essere in grado di attrarre immigrazione qualificata: «Nelle nostre università – ha detto Prodi – ci sono solo 38 mila studenti e ricercatori stranieri, dobbiamo raggiungere la varietà culturale degli altri paesi europei».

Già, l´Europa. Le politiche migratorie per avere successo non possono svilupparsi senza il concerto dell´UE. Soprattutto ora che l´allargamento è in vista: «I flussi migratori dalla Bulgaria e dalla Romania sono un problema serio – ha spiegato il presidente del Consiglio – e trovare solidarietà sul tema del Nord e del Sud dell´Europa è ancora molto complicato».
fonte unita.it

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