Immigrati/ Jole Santelli (FI) ad Affari: “No alla cittadinanza come strumento di integrazione”
di Francesco Borgonovo
E’ stata presentata la proposta di legge firmata Forza Italia in materia di cttadinanza. Una proposta forte, molto diversa dalle posizioni del governo di Centrosinistra. Niente ius soli, niente riduzione dei tempi rispetto alla legge del ‘92. Piuttosto frequenza obbligatoria di un corso, durata almeno 12 mesi, per imparare l’italiano, la storia patria e i principi della Costituzione; test per verificare la conoscenza e l’adesione ai valori nazionali.
La proposta prevede, inoltre, che chi ottiene la cittadinanza italiana rinunci contestualmente a quella d’origine e giuri fedeltà alla Repubblica. Si propone poi che per l’immigrato che sposi un italiano servano almeno tre anni di residenza nel nostro paese per accedere al diritto di cittadinanza. Il bambino straniero nato in Italia potrà farne richiesta solo una volta compiuta la maggiore età, dopo aver frequentato scuole riconosciute dallo Stato fino al raggiungimento dell’obbligo scolastico.
I primi firmatari della proposta sono Marcello Pera e Jole Santelli, che ha spiegato ad Affari le sue posizioni. “Il nostro obbiettivo è soprattutto quello di dare una visione legislamente comprensibile della posizione di Forza Italia su questo argomento. La cittadinanza mette in gioco il futuro del Paese, quindi avanzare questa proposta di legge non significa solamente fare opposizione al governo, ma anche indicare con precisione che cosa vogliamo”.
Il vostro slogan quindi è: non si diventa italiani in cinque anni?
“Se dovessi coniare io uno slogan, direi piuttosto “No alla cittadinanza come processo burocratico”, come sembra essere la posizione del ministro Giuliano Amato. E poi “No alla cittadinanza come strumento d’integrazione”. La cittadinanza non è solo riconoscimento di diritti, ma anche sovranità che uno stato da agli stranieri, e comporta il riconoscimento di valori e identità. Il governo italiano si sta orientando come altri Paesi europei hanno fatto, sull’utilizzo della cittadinanza come strumento di integrazione, ma lo fa con anni di distanza mentre gli altri tornano indietro. Come è successo a Olanda e Germania”
In questi giorni si parla molto anche della scuola islamica di via Ventura a Milano. Rispetto a casi di questo genere la vostra posizione qual è?
“Assolutamentre contraria. Facciamo uno specifico riferimento al sistema scolastico, nella nostra proposta. Lo straniero che a 18 anni vuole ottenere la cittadinanza deve avere frequentato scuole riconosciute dallo Stato”.
Quindi non c’è solo un problema di cittadinanza, ma anche di controllo dell’immigrazione.
“Il vero problema è che se noi abbiamo dei paletti seri sull’immigrazione, possiamo anche essere di manica più larga per quanto riguarda la cittadinanza. Molti Paesi fanno un test di integrazione per il rilascio della cittadinanza, noi no. Noi abbiamo una politica del governo che apre alla cittadinanza ma anche all’immigrazione. Qui allora si apre una questione di base: non bisogna confendere il rilascio cittadinanza con i temi dell’accoglienza e dell’ospitalità. A sinistra parlano di scontri fra italiani e stranieri, ma qui poi rischiamo di avere scontri fra italiani e italiani”.
Cioè?
“Le faccio un esempio. Il padre di Hina, quello che ha ucciso la figlia, stava per diventare cittadino italiano. Ma non è quello essere cittadino. Cittadinanza è condivisione. Una delle richieste che noi facciamo è che per diventare cittadino lo straniero rinunci alla cittadinanza del suo Paese. E so che sarà un problema soprattutto nel rapporto con le persone provenienti da Paesi islamici. Non capisco del resto come si possa essere fedeli insieme alla sharia e alla Costituzione italiana che è democratica, tutela la vita, la parità dei diritti fra uomo e donna, tutti quei diritti su cui si basa la convivenza civile nel nostro Paese”.