Gli immigrati e la “gobba” previdenziale

di Stefano Olivieri

Se la mattina esci di casa sei un privilegiato perché disponi di un tetto. Se fai colazione al bar sei ricco perché avresti potuto farla a casa. Se vai al lavoro in auto sei doppiamente fortunato, perché hai un lavoro e puoi raggiungerlo comodamente.

La banale routine quotidiana di una persona qualsiasi, di quelle che ne incontri a centinaia ogni giorno, è già un fantastico american dream per chi si sveglia ogni giorno ed è obbligato a rispettare una agenda di sopravvivenza. Mettere insieme due o tre decine di euro per mangiare e sfamare la tua famiglia, vestirsi alle cinque di mattina quel tanto che serva ad essere presentabili a chi può darti lavoro, prendere la borsa degli attrezzi e raggiungere l’angolo della strada dove arrivano altri disperati. Il mercato delle braccia si apre prima delle sette, se hai fortuna trovi un privato che deve piastrellare la cucina e sei sistemato per tre quattro giorni, se ti dice male sali sul pulmino di un caporale e dovrai arrampicarti su una impalcatura abusiva a quindici metri da terra, senza altra protezione che la stretta delle tue mani.

Mesi di questa vita che poi diventano anni, sempre allo stesso modo. Per gli albanesi, romeni, polacchi, nigeriani che lavorano in Italia noi tutti visti dal basso siamo esattamente come Berlusconi, ricchissimi e irraggiungibili, fortunati e probabilmente anche un po’ detestati per la nostra buona sorte. Anche se fossimo poveri in canna non saremmo mai come loro, perché non siamo stati costretti a emigrare lontano dal nostro paese. Essere stranieri e al tempo stesso poveri disagiati è una condizione difficile e sgradevole, ma lo è ancora di più in un paese come il nostro, che non riconosce come italiani nemmeno i figli di emigrati che in Italia lavorano onestamente da anni.

E pensare che il nostro Stato fa affidamento sulla prolificità di questo esercito di disperati per scongiurare il rischio della famosa “gobba previdenziale” ( la data ormai prossima in cui il numero dei lavoratori in pensione sarà superiore a quello dei lavoratori in attività). Se davvero così fosse, il minimo che si possa fare fin d’ora è modificare la legislazione di riferimento sostituendo il “diritto di sangue” con il “diritto di suolo”. Chi nasce in Italia deve potersi dire italiano fin dalla nascita, se poi vogliamo addossargli la futura responsabilità - anzi l’onere - di raddrizzare il nostro sistema previdenziale.

Così quando parliamo di future generazioni, di pensioni integrative e di TFR, pensiamo anche a questa gente nel nostro paese, del nostro paese. Al loro impegno e alle loro legittime aspirazioni. Pensiamoci bene e pensiamoci adesso, non domani. Lega permettendo, etica e politica su questo argomento non potrebbero che essere d’accordo.
Fonte aprileonline.info

Un Commento to “Gli immigrati e la “gobba” previdenziale”

  1. Mario Says:

    Bell’articolo, scritto bene. Questo Olivieri lo incontro spesso sul web, ma scrive anche su un giornale?

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