L´inferno degli immigrati nella California d´Italia

Nei campi della Piana del Sele, dove la terra vale oro ma le condizioni di lavoro sono disumane.
“Questa non è vita”. Lunedì la marcia dei precari

di Patrizia Capua
BATTIPAGLIA - Un podere, anche un solo ettaro di terra, vale oro. Per quanto è fertile, il clima ottimo, ricca com´è di agricoltura, con immense piantagioni di verdura e frutta di ogni qualità, la Piana del Sele può competere con la California. Per migliaia di immigrati extracomunitari invece è l´inferno. A loro, questa terra dà lavoro nero a 25 euro al giorno, contro una paga base di 36,40, non una giornata di lavoro senza l´intermediazione dei “caporali”, permessi di soggiorno in eterna scadenza, contratti bugiardi perché sempre molto al di sotto del numero di ore passate a seminare e raccogliere. Oppure, contratti “comprati” a 3, 4 mila euro per uscire dalla clandestinità e poter scappare al Nord dove pagano 6 euro all´ora e non si subiscono condizioni tanto disumane.

Una vita che vita non è, nella California d´Italia. Da San Nicola Varco, punto di raccolta di un migliaio di magrebini, al confine tra Battipaglia e Eboli, partiranno dieci pullman il 25 settembre per la marcia degli immigrati contro lo sfruttamento e la precarizzazione. La Cgil di Salerno l´ha presentata ieri in una conferenza stampa. «Questi lavoratori non sono più disponibili a chiudere gli occhi, sono i primi a voler denunciare, convinti che lì non ci possono più stare», spiega Franco Tavella, segretario della Cgil salernitana. È annunciato un presidio in piazza Amendola, una delegazione sarà ricevuta in prefettura, il vescovo di Salerno, Gerardo Pierro ha chiesto di incontrare un´ampia rappresentanza di immigrati.
San Nicola Varco è il ghetto, l´ignominia, un punto di crisi per il sindacato. Tutti quelli che arrivano in questa zona finiscono nel “miglio della vergogna”, sulla statale 18, poco dopo la frazione Corno d´Oro, vicinissimo ai templi di Paestum. La strada sterrata che costeggia una rivendita di mozzarella di bufala, alle spalle di due silos in mattoni rossi, sprofonda nell´area dell´ex mercato ortofrutticolo, a ridosso dello scalo ferroviario da cui partono per la Germania, vagoni ferroviari carichi di rifiuti che la Campania non sa più dove buttare.
Il Ramadan inizierà tra venerdì e sabato, dipende dalla luna. Gli immigrati che lavorano pomodori, pesche, fragole, i rinomati carciofi di Paestum, nei campi e sotto le serre, sono una folta comunità di marocchini, forse quattrocento. Stagionali per modo di dire. Ci sono quelli arrivati già cinque anni fa che non riescono ad andarsene. La sanatoria promessa da Amato potrebbe essere la svolta tanto attesa. Hanno trovato riparo qui, intorno a un capannone sventrato, invaso da una montagna di scarti e sacchi di plastica pieni di spazzatura. Per dormire si accucciano dentro brande sfondate, protetti da fogli di lamiera, vecchie coperte e cellophane. C´è spazio per un briciolo di normalità dietro agli indumenti lavati e stesi ad asciugare, le scarpe sporche di terra allineate all´uscita della baracca, le chiacchiere dopo il lavoro attorno alla bancarella dove si vendono tute sportive e calzini, persino il the offerto all´estraneo in segno di ospitalità e amicizia. Poi arriva Idris e dice: «Qua solo zanzare e topi. Grossi così».
Aziz, 37 anni, chiamato dai suoi compagni il “sindacalista”, è il trait-d´union con la Cgil dei braccianti e qualche associazione di volontariato. Torna dal campo dove si semina a cottimo: 80 centesimi a cassetta di ortaggi di stagione. «Se vai forte riesci anche ad arrivare a 30 euro, ma solo in questo periodo. Il resto è fame». L´insediamento di nord africani, giovani, più o meno sotto i quarant´anni, è in aperta campagna. Una enorme discarica a cielo aperto tra i box marci dell´ex mercato ortofrutticolo.
Non c´è luce, né traccia di servizi igienici. Solo una cannola dell´acqua. Prima c´era quella dei canali di irrigazione del Sele. «Quando il sindaco di Rifondazione comunista, Gerardo Rosania fece collegare questa fontana all´acquedotto, fu attaccato dai concittadini che lo accusarono di pensare agli immigrati più che a loro», racconta Anselmo Botte, responsabile del dipartimento immigrati della Cgil, l´”angelo custode” che cerca di dar voce ai bisogni e alla protesta. Ha portato nel ghetto di San Nicola Varco i volantini freschi di stampa per la manifestazione. «Ci verrete, vero?» si assicura, attaccando i manifestini col nastro adesivo sui muri sbrecciati. Lo accolgono sorridendo, gli sono grati, ma anche scettici. «La politica non vuole fare niente per noi, solo parole. Non vogliamo elemosine o rimedi passeggeri. La paga migliore, è la migliore soluzione. Dice il saggio: insegnami a pescare, non darmi un giorno la tua pesca». Anselmo Botte invece è fiducioso: «Riusciremo ad aiutarvi. Si faranno leggi migliori. Devono fare gli ostelli, come in altre parti, ristrutturare casolari, un centro di accoglienza gestito da voi, con una mensa, come le case degli studenti».
La dignità di una casa. «Se cerchi di prenderne una in affitto a Eboli o a Battipaglia, nemmeno ti rispondono», racconta Rachid in italiano misto a francese, 28 anni, occhi dolcissimi, «oppure chiedono 500 mila euro, impossibile. Se cerchiamo di metterci in regola, i padroni dicono: perché non te ne vai in Germania, perché dovete disturbare noi, noi vogliamo quelli che lavorano in nero». Gli imprenditori si lamentano che c´è poca manodopera immigrata, spiega Anselmo.
Ahmed, magro e allampanato, ti guida, quasi al buio nel rifugio dove dorme con altri tre immigrati, un fornello annerito, qualche piatto per mangiare la sera. «Ho cercato casa, ho cercato tanto, nessuno vuole affittare. Non trovo le parole per spiegare perché sono qui», dice con gli occhi lucidi. «Il nostro destino è la miseria, cerchiamo di migliorare il livello di vita, prima di arrivare qui pensavamo all´Italia come un paese sviluppato, tutto il contrario, le nostre speranze sono cadute. Non mi fotografare, per piacere, ho la maglietta sporca». Aspettano il dottore, almeno lui viene ogni giovedì. Vanno a dormire presto perché al mattino la sveglia è alle 4. «Soffriamo, soffriamo molto qua», spiega un ragazzo in sella alla sua bicicletta, «i soldi che guadagniamo sotto la serra servono a prendere il pullman e andare e tornare dalla questura di Salerno, per i documenti». Alla famiglia, laggiù in Marocco, resta poco. A giorni inizierà il Ramadan e si inginocchieranno a pregare nel box che è diventato la loro moschea.
L´unica donna, a un centinaio di metri da qui, è Linika Bogdanovic, una rom con marito, sei figli maschi e uno in arrivo, «magari è femmina, non so», dice con un lampo di luce negli occhi. La sua “casa” è una baracca di legno con tre pareti e nient´altro. I suoi bambini, tutti nati qui, giocano l´intero giorno tra montagne di rifiuti di plastica e flaconi di medicinali scaduti: «Vorrei mandarli a scuola ma non ci danno la residenza». In braccio stringe Vittorio, un anno e quattro mesi, riccioli biondi e pelle bruna, mezzo nudo. Ride: per lui tutta questa miseria è ancora un bellissimo gioco.
Fonte espresso.repubblica.it

Lascia un Commento