Cambiano le rotte dell’immigrazione
Dalle piste del Sahara alle coste della Mauritania e del Senegal. Per fare scalo alle isole Canarie. La costruzione di una super barriera difensiva nei pressi dell’enclave spagnola di Ceuta e Melilla ha cambiate le rotte dell’immigrazione
di Anna Jannello
Le rotte dell’immigrazione clandestina dall’Africa sono cambiate: un rapidissimo passaparola sposta le speranze di migliaia di diseredati dalle piste del Sahara, che passano per Agadez e il deserto del Teneré, alle coste della Mauritania e del Senegal.
La costruzione di una super barriera difensiva ha reso proibitivo ai clandestini il passaggio dal Marocco all’enclave spagnola di Ceuta e Melilla: così l’estate 2006 vede lo sbarco nelle isole Canarie come primo obiettivo per raggiungere l’Europa.
Quello che era un viaggio di 20 chilometri attraverso lo stretto di Gibilterra è diventata un’odissea di 1.500 chilometri fino a Tenerife e Gran Canaria (in 9 mila vi hanno già tentato lo sbarco da gennaio).
PARTENZA DAL SENEGAL
Le lunghe piroghe colorate dei pescatori senegalesi vengono ora attrezzate con motori più potenti e Gps per il trasporto degli immigrati: dalla vecchia capitale coloniale Saint Louis al nord, al confine con la Mauritania (dove il porto di Nouadhibou è a rischio perchè troppo pattugliato dalle motovedette) fino a Mbour, 80 chilometri a sud di Dakar, le coste del Senegal sono il punto di partenza per migliaia di persone che dal Ghana, Liberia, Togo, Costa D’Avorio, oltre che dalle zone rurali del paese, tentano la fortuna a caro prezzo e a rischio di naufragio. Per un’avventura che spesso finisce troppo presto.
Nell’ultimo week end di giugno un’azione congiunta fra marina, polizia e gendarmeria ha portato al sequestro di 19 piroghe, 1501 clandestini e una sessantina di trafficanti. Ma dopo la grande pubblicità data al rimpatrio forzato dalle Canarie (con relativi maltrattamenti) di 99 senegalesi da parte delle autorità spagnole, le operazioni di rimpatrio avvengono in gran segreto.
In parte per evitare proteste e sollevamenti popolari, in parte perchè Dakar, a causa dell’ospitalità che offre a migliaia di illegali, è il luogo chiave del “piano Africa”, l’offensiva diplomatica del governo spagnolo per fermare l’emorragia di clandestini sul suo territorio (per questo ruolo il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha ottenuto un credito di 20 milioni di euro per il Fondo di aiuto allo sviluppo).
IL RUOLO DI DAKAR
Sarà per lo spirito di ospitalità e solidarietà caratteristico dei senegalesi, la tradizionale “téranga”, che Dakar è divenuta il luogo di passaggio e di rifugio previlegiato per molti africani, non soltanto dell’Africa occidentale, ma anche da altre regioni del continente.
Il grande agglomerato metropolitano, 2 milioni e mezzo di abitanti, accoglie sia le famiglie ruandesi sloggiate dalla Repubblica centraficana dopo anni di soggiorno, sia i giovani congolesi di Brazzaville o di Kinshasa, minacciati per ragioni etniche o perchè si sono trovati dalla parte sbagliata nelle lotte intestine degli ultimi anni.
Sono molti i richiedenti asilo, dalla Liberia come dalla Sierra Leone, ma soltanto il 6 per cento riesce ad ottenere il sospirato statuto di rifugiato politico. Attualmente non esistono campi profughi a Dakar, rimangono però alcune vecchie concentrazioni: al nord, nella vallata del fiume Senegal, i mauritani espulsi dal loro paese nel lontano 1988 a cui l’Alto commissariato delle nazioni unite dovrebbe finalmente consegnare un documento d’identità; a sud i rifugiati dalla Guinea-Bissau.
Nuove e antiche vite da sans-papiers si mescolano nel calderone della capitale senegalese, rifugiati da decenni e giovani ricacciati sul continente dopo il tentativo di fuga clandestina vivono alla giornata come la maggior parte dei “dakarois”: se non creano problemi, non fanno traffici illeciti, gli illegali d’altri paesi possono restare per anni, indisturbati dalla polizia.
C’è chi rimane perchè spera ancora di ritentare la fortuna e chi, questo soprattutto fra i senegalesi, perchè non ha il coraggio di ritornare al villaggio e raccontare il fallimento di un sogno.
Quasi nullo il sostegno delle organizzazioni internazionali, un aiuto è fornito dalla Caritas diocesana che dal 1995 ha varato il programma Tpp (Tout petits projets): a chi vuole iniziare una attività artigianale, aprire un piccolo comercio o un ristorantino di strada, vengono prestati 25 mila franchi Cfa, l’equivalente di 37 euro.
Fonte panorama.it