Immigrazione, fra paura e realtà

di Davide Giacalone
Il tema dell’immigrazione tocca varie sensibilità, e ringrazio quanti sono intervenuti, quale che sia la loro opinione. Parlare da soli è poco produttivo, mentre ascoltando e leggendo s’impara sempre. Una sola obiezione: non serve a niente denigrare la persona che esprime un’opinione, o cercare d’indagarne chissà quali interessi. Le idee valgono per quel che sono, e può persino capitare che se ne trovino di giuste nella penna di chi ci è assai distante.

Il fatto che gli immigrati, in Italia, sono pochi, rispetto alla media europea, e pochi i loro figli che siedono ai banchi delle nostre scuole, è, appunto, un fatto. Non si può essere favorevoli o contrari. Lo si può giudicare positivamente o no, ma è altra faccenda. Così come è un fatto che interi settori di mercato, o, se si preferisce, alcuni specifici lavori, sonno appannaggio quasi esclusivo degli immigrati e la domanda supera ancora l’offerta. Un esempio: le collaboratrici domestiche. Quindi, in generale, il nostro interesse è quello di avere immigrati che lavorano e di tenerli in condizioni di regolarità. Già su questo c’è molto da fare, perché teniamo in irregolarità molti che già ci sono entrati in casa.

Sapere distinguere fra irregolarità e delinquenza è l’indispensabile premessa per trattare la seconda con le armi della repressione (al netto del funzionamento della giustizia, che, però, è un problema tutto nostro). Distinguere non è un favore agli immigrati, non è un sintomo di mollezza, al contrario, invece, non distinguere è un piacere reso alle bande di criminali. E non mi pare cosa saggia.

Pensare di potere chiudere le porte al mondo significa essere fuori dalla realtà. Non starò a metterla sul retorico, ricordando i nostri connazionali emigrati nel mondo, perché ritengo che sia sufficiente l’osservazione del mondo contemporaneo. Il punto non è chiudere, ma sapere scegliere. Da molti anni Paesi come gli Stati Uniti o l’Inghilterra offrono possibilità concrete d’integrazione ad extracomunitari che si rendano utili nei settori dove quei Paesi si sentono più deboli, ottenendo così il risultato d’importare intelligenze. E’ mai possibile che l’Italia senta il bisogno solo dei braccianti? E cosa siamo, un latifondo?

Dentro il capitolo dello scegliere c’è poi un paragrafo difficile, ed è quello degli islamici. Qui poggio i piedi con minore sicurezza, perché è una faccenda assai complessa. Da una parte osservo quel che succede, e so che in Francia, ad esempio, i problemi non sono sorti con altre comunità etniche, e questo proprio a causa della tendenza islamica (o, meglio, di molti islamici) a restare comunità, quindi con forte identità, quindi con diversità. I nonni di chi oggi infiamma le periferie sono giunti in Francia ed hanno sgobbato, ben sapendo cosa si lasciavano alle spalle. I nipoti constatano la situazione di disagio (relativo), si vivono non solo come francesi, quali sono, ma anche come comunità separata, e questo crea una miscela incendiaria. Dall’altra parte, però, non mi pare sia politica saggia, e parlo dell’Europa non solo dell’Italia, il “confinarli a casa loro”, perché questo rischia di approfondire i solchi e le distanze. Questione difficile, allora, sulla quale mi sentirei di dire una cosa chiara: chi viene nei nostri Paesi ne rispetta le regole, tutte le regole, altrimenti se ne deve andare.

Su un piano del tutto diverso, infine, si pone la tesi sostenuta da Benedetto XVI, secondo il quale ad indispettire gli islamici sarebbe la nostra troppa poca forza nel sostenere le ragioni della fede. Non concordo affatto, ma non è un tema da affrontarsi in coda d’articolo.
Fonte legnostorto.it

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