Una tragedia senza fine Strage bis a Lampedusa
SOCCORSI DALLE VEDETTE AL LARGO DELL’ISOLA. SONO NIGERIANI, EGIZIANI, SUDANESI. ALCUNI SONO PARTITI DAL DARFUR MARTORIATO DALLA GUERRA
Affonda un gommone, si salvano in dieci: un bambino tra i dispersi
LAMPEDUSA. Sono rimasti in acqua per 24 ore prima di essere salvati da un peschereccio: sono i superstiti della nuova tragedia di clandestini che si è registrata ieri a 70 miglia da Lampedusa. Un gruppo di extracomunitari, formato da 39 persone, che viaggiavano su un gommone, è affondato, e si sono salvati solo in dieci. Il primo corpo recuperato a tarda sera dalla Finanza è di una giovane donna. E si pensa che fra le vittime ci possono essere anche bambini. La dinamica di quello che è accaduto a largo dell’isola l’hanno fornita proprio i sopravvissuti. «Eravamo in 39 - hanno detto - con noi c’erano anche cinque donne e un bambino. Il gommone sul quale viaggiavamo è affondato sabato». I dieci superstiti sono giunti sull’isola con una motovedetta della Guardia costiera.
Ad avvistare gli immigrati è stato un peschereccio, il «Cleos», della flotta di Mazara del Vallo, che ha subito segnalato la presenza di uomini in mare. Grazie al racconto dei sopravvissuti la Guardia costiera ha ricostruito la dinamica del naufragio: si sarebbero spezzati i perni che tengono il paiolo del gommone; le tavole avrebbero bucato, spostandosi, i tubolari dell’imbarcazione che ben presto si sarebbero sgonfiati.
I superstiti hanno raccontato di essere affondati all’alba di sabato, poche ore dopo il naufragio dell’altra imbarcazione con a bordo centinaia di persone a largo di Lampedusa nella notte tra venerdì e sabato. Secondo queste testimonianze gli immigrati, dunque, sarebbero rimasti in acqua per più di 24 ore, anche se gli investigatori esprimono qualche dubbio. «In genere, in questi casi - dicono - si perde la cognizione del tempo, e quindi la ricostruzione temporale potrebbe non essere precisa». I clandestini hanno raccontato di essere partiti dalla Libia tre giorni prima di affondare.
Le ricerche dei dispersi, tra i quali, dal momento che le persone recuperati sono tutti maschi e una donna, ci sarebbero altre quattro ragazze e un bambino, proseguono. Le tragedie non hanno bloccato l’arrivo di nuove imbarcazioni con carichi di migranti. Una piccola caretta ieri ne ha trasportati 24 fino a poche miglia dall’isola.
Arrivano sull’isola con una motovedetta e scendono in fila indiana. La prima è Juliette e ha solo un anno. Gli occhi curiosi, sgranati, spuntano dalla copertina bianca in cui è avvolta quando, in braccio alla madre, scende dall’imbarcazione della Guardia costiera che le ha soccorse nel Canale di Sicilia. Juliette e i suoi genitori arrivano a distanza di 24 ore dalle tragedie in cui sono morte in mare circa 50 persone. Della drammatica esperienza degli altri clandestini, questo piccolo gruppo, non sa nulla. Il viaggio della piccola, che viene dal Sudan, è cominciato 5 giorni fa quando, con i genitori: ha preso il mare da Al Zuwarah, in Libia. La madre racconta agli operatori di Medici senza frontiere, che sul molo attendono gli immigrati dopo ogni sbarco, che l’acqua e il cibo sono finiti dopo due giorni. La mamma di Juliette dice: «Il mare era agitato e avevamo paura».
Lacrime di dolore segnano, invece, il viso di un clandestino eritreo. Non può camminare. Prima di partire dal suo paese ha avuto un incidente ma il gesso, che doveva curare la frattura alla gamba, è stato costretto a toglierlo dopo sole due settimane, altrimenti non avrebbe potuto affrontare il viaggio. Mentre scende dalla motovedetta della Guardia costiera, lo sostiene un amico. E’ lui a fare da interprete con i funzionari dell’Unhcr. Non vuole lasciarlo, i medici impiegano mezz’ora a convincerlo che il suo compagno ora è in buone mani. L’eritreo é giunto a Lampedusa sul barcone di Juliette arrivato in porto qualche minuto prima di un secondo carico di clandestini. Questa volta la carretta del mare ne portava 28 di migranti. Tra loro anche due minorenni e otto donne, di cui una incinta. La scena è la stessa. La motovedetta attracca sulla banchina e comincia la lenta processione dei clandestini che scendono sul molo. Sono nigeriani, egiziani, sudanesi. Alcuni vengono dal Darfur, regione africana martoriata dalla guerra. Con loro parla a lungo il funzionario dell’Unhcr che li informa sulle procedure per richiedere lo status di rifugiati.
Camminano piano, sono affaticati. Si siedono a terra vicino al presidio di Medici senza frontiere, dove i volontari distribuiscono acqua e biscotti. Anche loro sono partiti dalla Libia. Un’odissea simile a quella di tanti altri: la benzina che finisce, la barca alla deriva. Con loro hanno portato poche cose. Le loro vite sono contenute in alcune buste di plastica che stringono tra le mani: maglioni pesanti qualche ricordo di casa, le foto dei familiari. Tutti hanno ustioni sul corpo. «Succede sempre - spiega un medico - la nafta che fuoriesce dai bidoni, unita all’acqua di mare, brucia la pelle». I sanitari li fanno spogliare, li medicano. Sono tutti scalzi, le scarpe le hanno dovute lasciare durante il trasbordo sulla motovedetta. I loro racconti sono drammatici. «Uno dei nostri compagni - dicono - è finito in mare ed è stato mangiato da un pescecane».
Fonte lastampa.it
Agosto 22nd, 2006 at 08:56
Ciao,
stiamo lanciando un’iniziativa in favore del Darfur, Italian blogs for Darfur. Nel mio blog trovi un form per inviare un’email a Rai La7 e Mediaset per chiedere maggiore informazione sulla tragedia del Darfur.
Spero vorrai aderire!
Grazie
Fabrizio
http://itablogs4darfur.blogspot.com/