Gela, colletta tra i cittadini per rimpatriare tre clandestini morti
GELA (CALTANISSETTA) - Hanno dovuto pagare, da vivi, per raggiungere l’Occidente del benessere; devono pagare, da morti, per tornare in patria ed essere sepolti. I protagonisti sono tre immigrati eritrei: Salomon Teare, di 26 anni, Michael Amanuel, di 25, e Tadese Abera, di 18 anni. Erano partiti con altri 250 disperati dal Nordafrica su una carretta del mare, che l’11 settembre del 2005 si arenò a 50 metri dalla spiaggia di contrada Desusino, a 15 chilometri da Gela. Annegarono in undici: i tre eritrei e otto egiziani.La tragedia colpì il mondo intero.
Il sindaco di Gela definì le vittime “nostri fratelli venuti dal mare” e, durante la loro tumulazione, annunciò che il Comune avrebbe affrontato il 50% delle spese di rimpatrio delle salme. Per gli egiziani non fu necessario, perchè il consolato sostenne i costi per intero. Più problematica la vicenda dei tre eritrei: la burocrazia municipale ha bloccato la pratica, prima perchè non c’era un apposito capitolo di spesa nel bilancio; ora la voce c’è, ma è lo strumento finanziario che ancora non è stato approvato dal Consiglio e dunque non si possono erogare le somme di competenza: appena 6.225 euro.
Intanto, la comunità eritrea siciliana dice di aver trovato da tempo l’altra metà dei soldi. Iared, 28 anni, fratello maggiore di Salomon Teare, è giunto a Gela per riportarne le spoglie a casa, ad Asmara, dove la madre (così come le mamme degli altri due) vive il lutto.
Da un anno non esce di casa, mangia solo per sopravvivere, piange vicino al letto del figlio morto. Dunque, tre mamme che da undici mesi si sono imposte una sorta di auto-reclusione come vogliono gli usi e i costumi di quel popolo. Escono solo per andare in chiesa a pregare. Ora l’ufficio immigrati del comune di Gela ha lanciato una campagna di solidarietà, con gli esercizi pubblici che diventano punti di raccolta delle offerte in denaro della gente per il rimpatrio delle salme.
Fonte lasicilia.it