La barca dei disperati, respinti da tutti salvati da un peschereccio, bloccati a Malta
Il comandante spagnolo della “Francisco Catalina” li ha fatti salire sette giorni fa prima che la loro barchetta affondasse
di FRANCESCO VIVIANO
DA BORDO DEL “FRANCISCO CATALINA” (MALTA) - Da lontano è una macchia bianca con piccole strisce rosse. Poi, quando si riesce ad avvicinarsi eludendo la sorveglianza della motovedetta della Marina Militare maltese che controlla a distanza ormai da sette giorni, si scopre un altro dramma del mare: uomini, donne (fra cui due incinte), e infine Giulia, una bambina di due anni, stipati sul peschereccio spagnolo “Francisco Catalina”, che li ha salvati dall’affondamento della loro piccola imbarcazione, a 113 miglia dalla costa libica da dove quei disperati erano partiti 12 giorni fa.
Le facce dei 51 clandestini, eritrei, somali, senegalesi e palestinesi, sono smarrite, i loro occhi sono rivolti continuamente alla costa maltese: non possono sbarcare perché il governo de La Valletta non vuol saperne di ospitalità, e intende rispedirli in Libia. Una storia drammatica che ricalca pari pari quella della nave umanitaria Cap Anamur, che due anni fa, dopo aver salvato nel canale di Sicilia 37 extracomunitari, fu costretta a rimanere al largo della costa siciliana perché il governo italiano non li voleva. Quando, dopo le polemiche scoppiate a livello internazionale, i clandestini riuscirono a sbarcare, il comandante ed il dirigente della Cap Anamur furono arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Il “Francisco Catalina” non è però una nave umanitaria, è un peschereccio con 12 uomini di equipaggio comandato da Josè Durante Lopez, 40 anni, partito 20 giorni fa da Alicante per andare a pescare il gambero rosso nel mare tra la costa libica e quella siciliana. Da quando, sette giorni fa, ha salvato quei 50 disgraziati che stavano affondando con la loro barca di vetroresina di 7 metri, li ha rifocillati ed assistiti. “Cosa dovevo fare, lasciarli morire? La legge del mare, ma soprattutto la nostra coscienza, ci ha imposto di salvare quei poveri cristi - dice con amarezza il capitano. - Ho dato l’allarme attraverso il canale 16, quello internazionale, ma nessuno mi ha risposto. Poi si era fatta notte, la barchetta rischiava di affondare e allora, pur sapendo che avrei passato dei guai, insieme all’equipaggio abbiamo deciso di salvarli”. Ha quindi avvertito il soccorso spagnolo per chiedere cosa fare.
Poi ha puntato la prua verso Malta. Ma appena giunto vicino alla loro costa, i maltesi lo hanno bloccato. “Mi hanno detto di andare via. Via dove? Dove dovrei portare questa povera gente? In Libia? In Spagna? In Italia?”. Capitan Josè non sa proprio che fare, questa tragica vicenda è tutta sulle sue spalle. Cammina avanti e indietro, da prua a poppa del suo peschereccio di 25 metri, metà occupato dalle nasse (le gabbie utilizzate per pescare gamberi e aragoste, ndr), che è diventato come una locanda di infima categoria dove 73 persone da una settimana vivono come gli animali. La più “fortunata” è stata Giulia, con la piccola testa coperta di riccioli neri, che fino all’altro ieri ha avuto il “privilegio” di dormire la notte con la madre di appena 20 anni in una delle tre cabine che erano dei pescatori spagnoli. Martedì sera è stata male e con la madre ed un’altra donna, incinta, è stata trasferita nell’ospedale di La Valletta, da dove ieri sono state dimesse e mandate nel campo di detenzione di La Valletta.
Tutti gli altri continuano a bivaccare, all’aperto. Di giorno sotto un sole cocente e con una temperatura che arriva anche a 40 gradi e di notte a patire il il freddo e l’umidità. “Quanto dovrà durare questa drammatica storia?” si chiede scoraggiato, amareggiato ed impotente il capitano. “La situazione a bordo è sempre più pesante, i viveri ci sono ma le condizioni igieniche sono drammatiche. Settantatre persone che vivono 24 ore su 24 ore su una barca è qualcosa di inimmaginabile. E poi c’è anche un problema di sicurezza. Questa povera gente è stanca, c’è molta tensione, qualcuno comincia a innervosirsi sempre di più, qualcun altro ha minacciato di buttarsi in acqua”.
Ieri sono giunti a Malta agenti della Guardia Civil spagnola che sono saliti a bordo del Francisco Catalina per le operazioni di identificazione dei 50 clandestini. E con gli agenti anche una troupe della Televisione nazionale spagnola ed un funzionario dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), Paolo Artini. Della vicenda si è occupata anche la nostra ambasciata a Malta: “Il ministro degli esteri D’Alema - afferma l’ambasciatore Paolo Andrea Trabalzi - segue la vicenda con molta attenzione e credo che insieme alle autorità maltesi e quelle spagnole, potrebbe trovare presto una via per sbloccare la situazione”.
Fonte repubblica.it