Tutti i razzismi contro Ester mamma nera di due “bianchi”

Dopodomani, martedì, è la giornata mondiale del rifugiato. Lo stesso giorno, Ester, ventisei anni, congolese di etnia kasai, saprà se è anche la sua festa: il giudice di Roma deciderà se ha diritto all’asilo politico. A sentire la sua storia non si hanno dubbi: è così atrocemente “perfetta” da apparire un apologo. Poche persone hanno subito quanto Ester il razzismo nelle sue varie forme: etnico, culturale, sessuale, e anche quello tout court, dove basta il colore della pelle.

Tutto comincia nel 1991 nell’ex Katanga, oggi Shaba, dove Ester, terza di sette figli, vive col padre, la madre e i fratelli. Riesplode la guerra civile e i kasai cominciano a essere sottoposti a inaudite angherie. L’anno dopo Ester e i suoi decidono di tornare nella loro terra d’origine. Portano pochissime cose perché l’unico mezzo di trasporto è un treno stracarico di gente. Il padre di Ester, un ingegnere geologo, solo i suoi libri.

Nel Kasai la situazione è più tranquilla. Il padre trova un impiego in una fabbrica di diamanti. E la gente è la loro stessa gente. Ma i costumi sono diversissimi: le donne non hanno voce, è ammessa la poligamia. Ester vorrebbe andarsene. Ma non nel modo atroce che, all’improvviso, la obbliga a farlo. Il padre viene ucciso. Pare per gelosie dell’ambiente di lavoro. La famiglia è allo sbando. Ester, a quindici anni, parte da sola per Kinshasa, la capitale. Là ha uno zio importante. Un predicatore televisivo pentecostale.

Incontra un uomo di vent’anni più anziano. Ha il primo figlio a diciassette anni, il secondo a ventuno. Poi la storia finisce. L’uomo, comunque, le passa un assegno di mantenimento. E Ester, quando i bambini le lasciano il tempo, collabora con lo zio. Ma anche quella nuova vita s’interrompe bruscamente per motivi politici. Nel giugno del 2003 la polizia irrompe negli studi della tv. Lo zio fugge. Ester viene arrestata.

Il resto è un incubo e un sogno. I bambini, per fortuna, non restano soli. Il piccolo va dalla nonna, il grande dal padre. Il carcere è un inferno: pestaggi, stupri, omicidi. Una notte uno dei guardiani l’avvicina. Le dice di essere stato un fedele dello zio. Vuole aiutarla a fuggire. Poi nei ricordi di Ester ci sono le porte della cella che si aprono di notte, una marcia nella foresta, l’arrivo all’aeroporto. Un aereo che parte, fa scalo a Addis Abeba, arriva a Fiumicino. Ester entra in contatto col “Centro Astalli” che la aiuta e la assiste sul piano legale. E’ l’ennesima nuova vita. L’udienza di martedì sarà un passo importante. Ester spera che il successivo sia l’arrivo in Italia dei suoi bambini.

In Congo sono accuditi, sia dal padre sia dalla nonna. Ma non stanno mai veramente bene. A volte i coetanei li prendono in giro. Per il colore delle pelle. La loro è tanto bianca che sono costretti a coprirsi la testa con un cappello, gli occhi con degli occhiali scuri, e a ungersi di creme molto costose. Sono albini. Albini africani. Bianchi. Come quei due signori (e questa è l’ultima delle violenze subite da Ester), una coppia di medici romani che qualche tempo fa le aveva promesso un posto di lavoro fisso come baby sitter. Lei ha accettato, ha lasciato tutte le altre collaborazioni. Ma il giorno prima le hanno detto di aver cambiato idea. Non volevano, per i loro bimbi bianchi, una tata nera.
Fonte repubblica.it

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