Clandestini in Italia su bus turistici dall’est, 13 indagati

BARI - Finita l’epoca dei gommoni con i quali si organizzavano i viaggi della speranza sulla rotta Albania-Puglia, dal 2003 - secondo la Procura di Bari - erano tre agenzie di viaggio kosovare ad organizzare l’ingresso e la permanenza in Italia a svariate centinaia di immigrati clandestini del Kosovo, facendoli entrare a bordo di bus turistici e fornendo loro documenti e visti falsi, fino a regolarizzarli. In base a questi risultati investigativi, la magistratura barese ha emesso 12 provvedimenti cautelari (otto in carcere, tre ai domiciliari e un obbligo di dimora) nei confronti di undici cittadini di etnia kosovara-albanese e di un ispettore di polizia dell’ufficio stranieri della questura di Treviso, ritenuto complice dell’organizzazione criminale che aveva la propria base operativa nella città veneta. Gli arresti vengono compiuti da personale della squadra mobile della questura di Bari.

Nell’inchiesta sono indagate a piede libero altre 13 persone: 12 kosovari e un italiano. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, alla falsificazione e alla contraffazione di documenti (travel document, passaporti, visti, carte d’identità e patenti jugoslave). Reati, a giudizio dell’accusa, finalizzati a consentire l’ingresso e la permanenza in Italia di cittadini di etnia kosovara provenienti dalla provincia del Kosovo sotto amministrazione Unmik (United Nations Mission in Kosovo), che esercita i poteri di amministrazione civile in quell’area della ex Jugoslavia, ora Unione di Serbia e Montenegro.

I provvedimenti cautelari, firmati dal gip del Tribunale di Bari Michele Parisi su richiesta del pm inquirente Giuseppe Scelsi, vengono eseguiti solo nei confronti degli indagati residenti in Italia poiché non è possibile chiedere l’estradizione dal Kosovo delle altre persone da arrestare perché al Paese balcanico non è riconosciuta sovranità nazionale.

Perquisizioni vengono compiute in Kosovo nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro di alcune delle 13 persone indagate a piede libero nell’ambito dell’operazione della squadra mobile di Bari che ha smantellato una presunta organizzazione criminale, accusata di aver gestito nuove rotte dell’immigrazione clandestina tra Kosovo e Italia attraverso canali attivi in Puglia, Marche e Veneto. Le perquisizioni, ordinate dal dipartimento della giustizia Unmik (United Nations Mission in Kosovo) di Pristina, vengono compiute da personale di polizia Unmik, che si avvale dei militari della Kfor (a guida Nato). Investigatori e militari si è appreso a Bari stanno utilizzando anche elicotteri per controllare gli immobili sottoposti ai controlli nelle città di Prizner e Suvareka (nel Kosovo meridionale), dove risiede e lavora gran parte degli indagati. I controlli sono stati disposti dopo il vertice che si è tenuto la scorsa settimana a Pristina tra il sostituto procuratore inquirente del Tribunale di Bari, Giuseppe Scelsi, il procuratore capo del dipartimento Unmik, l’italiana Annunziata Ciavarolo, e il sostituto procuratore che segue l’indagine. All’incontro ha preso parte anche personale della squadra mobile della questura di Bari, diretta da Luigi Liguori, e della polizia Unmik. A quanto si è appreso, il pm Scelsi ha consegnato ai magistrati e alla polizia locale il provvedimento cautelare (tradotto in lingua albanese) eseguito stamattina, nel quale sono riportati i nomi dei 25 indagati e il decreto di sequestro dei pullman (limitatamente agli automezzi che si trovano attualmente in Italia) a bordo dei quali sono stati organizzati i viaggi della speranza da parte di una delle tre agenzie coinvolte nel presunto traffico di clandestini.

Alcuni degli indagati nell’inchiesta della Procura di Bari sul traffico di immigrati clandestini tra Kosovo e Italia avrebbero presero parte ai tragici scontri etnici fra serbi e albanesi avvenuti nel marzo 2004 nella provincia di Kosovska Mitrovica, nel Kosovo settentrionale. Gli scontri provocarono 19 morti, oltre mille feriti e l’incendio di centinaia di abitazioni serbe e luoghi di culto ortodossi. La partecipazione di alcuni indagati agli scontri etnici emerge - secondo fonti inquirenti baresi - dalle intercettazioni telefoniche compiute all’epoca dei fatti in Kosovo, in base ad una delle tre richieste di rogatoria inviate dal pm inquirente barese Giuseppe Scelsi, ed eseguita dal procuratore Unmik (United Nations Mission in Kosovo) di Pristina Annunziata Ciaravolo. Gli scontri avvennero a seguito della morte di tre bambini albanesi (Florent, Avni ed Egzon, rispettivamente di 8, 11 e 12 anni), annegati la sera del 16 marzo 2004 nel fiume Iber, che divide la città di Kosovska Mitrovica, dove vivono serbi ed albanesi, nel quale i piccoli si erano tuffati per sfuggire ad alcuni ragazzini serbi che li avevano inseguiti con un cane al guinzaglio. A quanto si è saputo, le intercettazioni confermerebbero che l’annegamento dei bambini fu solo un pretesto per far riesplodere nella zona l’odio etnico tra serbi ed albanesi, e che alla base degli scontri c’era un piano studiato nel dettaglio per ordire una rivolta anche contro il personale civile dell’Onu, a cui era affidata l’autorità civile in quell’area dopo la fine del conflitto del 1999.
Fonte ansa.it

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