Pozzallo, una tragedia annunciata e voluta
Con l’avvicinarsi della bella stagione, ricomincia “l’emergenza sbarchi”. La ragione per cui si continua a definire “emergenza” un fenomeno che si ripete da anni, con assoluta regolarità, è uno dei nuovi misteri d’Italia. Ma tant’è: l’ossimoro “emergenza annunciata” è ormai entrato senza scandalo nel nostro linguaggio. Nei prossimi mesi si tradurrà in alcune centinaia di nuovi annegati nel Mediterraneo.
Com’è noto, si calcola che dalla metà degli anni Novanta le vittime dell’immigrazione via mare siano state tra le diecimila e le ventimila. La stima di alcune centinaia di morti nei prossimi mesi è dunque prudente, un calcolo di routine.
Quest’anno, però, c’è una novità: siamo, infatti, in grado di prevedere quali saranno le modalità di alcune delle future tragedie. In definitiva possiamo “annunciarle”. Così, quando puntualmente avverranno, potremo anche indicare i nomi dei responsabili.
La novità deriva dal fatto che è stato ricostruito, nei minimi dettagli, il naufragio avvenuto la notte tra il 17 e il 18 novembre del 2005 davanti alle coste del Ragusano, uno dei più catastrofici dell’ultima stagione. Lo scorso 16 aprile, il Malta today ha pubblicato, parola per parola, le conversazioni tra il centro di coordinamento (che si trova nella base maltese di Luqa) e i mezzi di soccorso. Un racconto dell’orrore.
E’ emerso che il Centro di coordinamento maltese fin dalle ore 13.11 dello scorso 17 novembre, aveva la piena consapevolezza che quel barcone con duecento persone a bordo, che era stato avvistato dal pilota di un ricognitore, stava andando verso una spaventosa tempesta. In quel momento si trovava a cinque miglia dall’isola di Gozo e, se opportunamente guidato, avrebbe potuto trovare riparo. Invece, dalla base di Luqa, il pilota ricevette l’ordine di sorvegliarne i movimenti, in definitiva di lasciarlo andare incontro alla catastrofe.
Banalissima la spiegazione. I maltesi in quell’occasione (come in altre precedenti e, se le cose non cambieranno, future) fecero di tutto per evitare che quei duecento migranti entrassero nel loro territorio andando ad aggiungersi agli oltre mille già ospitati nei centri di detenzione. Troppi per le limitate risorse dell’isola.
La giustificazione formale delle autorità della Valletta è che, in assenza di un’esplicita richiesta di aiuto, i mezzi di soccorso non sono tenuti a intervenire. Il fatto che le carrette del mare siano governate da persone spesso inesperte e trasportino passeggeri che, provenendo dall’Africa subsahariana, non hanno alcuna esperienza di mare, è considerato irrilevante.
Alle 17.50 - quasi cinque ore dopo il primo avvistamento - il pilota del ricognitore comunicò di aver perso il contatto visivo col barcone e ricevette l’ordine di rientro. Alle 18.12 una delle motovedette annunciò alla base che comunque, nell’arco di due ore, l’indesiderato carico umano avrebbe raggiunto lo spazio di mare di competenza del soccorso italiano. Uno sperimentato scaricabarile. Quella volta, però, andò male. Il barcone comparve sui radar italiani alle 21.34, quando la tempesta ormai infuriava con raffiche fino a 120 chilometri orari. Le motovedette di Pozzallo non poterono intervenire. Poco dopo, la più “annunciata” delle tragedie: trenta morti.
Fonte repubblica.it