La nuova frontiera dell’integrazione per gli immigrati

di Elena Marisol Brandolini
Lo scorso sabato, centinaia di migliaia - 500 mila, 1 milione? - di immigrati messicani, guatemaltechi, honduregni, salvadoregni e nicaraguensi hanno invaso le vie di Los Angeles, reclamando dignità e diritti. Nel Senato degli Stati Uniti si è appena aperto il dibattito su come regolarizzare 12 milioni di clandestini.
In Italia, il Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi, ha introdotto l’argomento immigrazione in campagna elettorale, al grido di “Non vogliamo un’Italia plurietnica e pluriculturale”, suscitando lo sgomento e l’indignazione dei più.
Il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, il portoghese Alvaro Gil-Robles, intervistato negli scorsi giorni da El País, ha dichiarato che “Il problema dell’immigrazione, soprattutto nel Mediterraneo, supera i paesi implicati”. Sarebbe necessaria, piuttosto, “una politica europea sull’immigrazione”, perché “deve finire […] questa situazione di nuovi trafficanti negrieri che esiste in Europa basata sullo sfruttamento della miseria, della disperazione di questa gente”. Solo che “Non siamo capaci ancora in Europa di sederci attorno ad un tavolo, convenire su dei criteri comuni ed applicarli”.

In attesa, dunque, che l’Unione Europea decida sul da farsi, già alcune prime discussioni sembrano preludere a regole più restrittive nell’accoglienza di immigrati nei paesi dell’Unione. In un recente incontro dei paesi del “G6” – Germania, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Spagna e Italia – è stato introdotto il tema del “contratto d’integrazione”, secondo cui gli immigrati sarebbero tenuti a conoscere la lingua del paese ospitante, nonché ad accettarne le norme sociali. La proposta è venuta da quel campione di solidarietà che risponde al nome di Nicolas Sarkozy, Ministro degli Interni francese; ancora, però, deve essere discussa dagli altri 19 paesi dell’Unione.

Quella del “Contratto di Accoglienza e Integrazione” è infatti una proposta di legge del Governo francese, già presentata nel mese di febbraio, tesa ad indurire i controlli per ottenere la residenza e volta a favorire un’immigrazione altamente qualificata, determinata soprattutto dalle esigenze del mercato del lavoro.
Sulla stessa lunghezza d’onda si collocherebbe la proposta più recente del Governo britannico, nei confronti degli immigrati provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. La nuova politica dell’immigrazione, che dovrebbe entrare in vigore nel 2008, distingue cinque categorie di immigrati sulla base dell’età, la qualificazione, l’esperienza, la padronanza dell’inglese, le retribuzioni precedenti. Si passa dunque dalla manodopera altamente qualificata, che potrà entrare nel paese anche senza una proposta di lavoro, con la propria famiglia ed installarvisi definitivamente dopo appena due anni; fino ai lavoratori meno qualificati, che potranno accedervi solo sulla base di una proposta di lavoro precisa e definita nei tempi, non potranno portarsi la loro famiglia, né pretendere di ottenere la residenza permanente.
L’Olanda, invece, è diventato il primo paese al mondo nell’esigere dagli immigrati, obbligatoriamente a partire dai 17 anni, un esame di lingua e cultura nazionali. L’esame consiste in un centinaio di domande e si tiene nelle Ambasciate olandesi dei paesi di provenienza. Sarebbero queste le misure “innovative” – proposte dalla titolare dell’Immigrazione olandese, Rita Verdonk, Ministra di un Governo di centro-destra – per rispondere alla crisi del modello d’integrazione degli immigrati con la popolazione autoctona. Nella comunità immigrata, il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 23 anni, risultava, alla fine di gennaio, pari al 40%. La seconda generazione di immigrati, nata e cresciuta in Olanda, si sentirebbe meno in casa lì, di quanto non si sentisse la generazione dei loro padri.
In Germania, due Stati federati, governati dalla CDU, hanno proposto di far svolgere dei test agli immigrati, per poter aspirare a diventare cittadini tedeschi. Il Ministro degli Interni federale, il socialdemocratico Ehrhart Korting, nel leggere alcune delle domande proposte, ha dichiarato che non più di due terzi dei cittadini tedeschi avrebbero saputo rispondere correttamente, domandandosi se quindi “dovremmo dichiarare apolide un terzo dei cittadini”.
In Spagna, è particolarmente acuto il dramma dell’immigrazione clandestina, con l’inesauribile catena di morti e di tragedie umane. Negli ultimi sette anni sono entrati dalle coste spagnole, 100.000 immigrati a bordo di imbarcazioni di fortuna. Dal 2000 al 2004, sotto il Governo di Aznar, che aveva escluso ogni possibilità di regolarizzazione, sono entrati in Spagna, clandestinamente, più di 15.000 immigrati l’anno. Nel biennio 2004-2005, il nuovo Governo socialista ha dato luogo al più ampio processo di regolarizzazione di immigrati nella storia del paese (riguardante oltre 700.000 persone). E, in questi due anni, si è registrata una diminuzione nell’arrivo di immigrati clandestini, via mare.
Fonte aprileonline.info

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