Moratti e Ferrante, scambio di accuse sui rom

Il ministro: situazione drammatica, l’ex prefetto è responsabile. La replica: «Non è vero, la colpa è del Comune e del Polo».
Dopo le fiamme si alzano i toni della politica.
di Rossella Verga
L’incendio nel campo nomadi di via Triboniano ha lasciato sul terreno cumuli di cenere e circa 350 sfollati, ma anche polemiche e accuse incrociate tra destra e sinistra. Nel mirino della Casa delle Libertà c’è l’ex prefetto Bruno Ferrante, oggi in campo con l’Unione per conquistare Palazzo Marino, accusato di non aver garantito la sicurezza. Bersaglio del centrosinistra è invece l’amministrazione comunale, che avrebbe fatto esplodere i problemi senza governarli. A muovere l’attacco più pesante a Ferrante è il ministro Letizia Moratti, avversario diretto nella corsa a sindaco. «Purtroppo questa era una tragedia annunciata, come ha detto giustamente don Colmegna — esordisce — Nel quartiere ho riscontrato una situazione drammatica di illegalità che non poteva e non doveva essere tollerata. L’ex prefetto ha pesanti responsabilità: non ha garantito la sicurezza nonostante le continue richieste di sgombero dei cittadini e del Comune».
E poi l’affondo: «In via Triboniano sono andati in fumo tutti i tavoli di mediazione promossi dal dottor Ferrante». Per la Moratti, l’ex prefetto «dovrebbe fare un esame di coscienza». Sull’accoglienza ai nomadi, nessun dubbio: «Servono piccoli insediamenti». A stretto giro di posta la replica di Ferrante. «Letizia Moratti dimostra ancora una volta di non conoscere i problemi di Milano: dovrebbe informarsi meglio e non fare promesse a vuoto e accuse inesistenti». Quanto al passato, non ritiene di aver nulla da rimproverarsi. «Il ministro dovrebbe spiegare come mai il prefetto Ferrante è stato tollerato per oltre 5 anni e il governo, di cui la Moratti è parte, non ha mai chiesto che venisse sostituito. Potevano farlo e non l’hanno fatto». Nel merito degli insediamenti rom, Ferrante sottolinea che «il Comune non ha mai fatto quello che oggi la Moratti chiede, cioè campi piccoli, come anch’io ho sempre sollecitato». «Non si può fare solo sgomberi, bisogna saper dare accoglienza».
La parola sgomberi è invece ricorrente nelle prese di posizione di An e Lega. Per An, Carla De Albertis sostiene che «i campi irregolari sono una bomba innescata contro i residenti», mentre Roberto Alboni propone campi a numero chiuso. «Il Comune non ricostruisca niente e non spenda nulla», esorta il lumbard Matteo Salvini.
Giunta compatta nell’addossare colpe all’ex prefetto. «Ferrante parla di coniugare legalità e solidarietà — incalza il vicesindaco De Corato — ma il campo di via Triboniano, dove ai 300 regolari si sono aggiunti 300 abusivi, è un’eredità che lui ha lasciato alla città, non avendo mai sgomberato». Anche l’assessore alla Sicurezza Guido Manca ricorda le «ripetute segnalazioni di rischio».
«Siamo stati costretti ad iniziare i lavori di messa in sicurezza dall’altra parte per la presenza di irregolari». A difesa di Ferrante scendono in campo i Ds. «Ha fatto quanto doveva — assicura il segretario cittadino Pierfrancesco Majorino — cioè ha sollecitato il Comune affinché risolvesse la questione». Di «bassa propaganda della destra per scaricare le proprie responsabilità» parla il segretario provinciale Franco Mirabelli. «L’azione del Comune — denuncia Daniele Farina, del Prc — è stata segnata da inadempienze e sterili ideologismi». Il comitato di quartiere chiede che ora non si riformi la baraccopoli. E al fianco dei residenti si schiera il coordinamento dei comitati milanesi.
Fonte corriere.it
Novembre 17th, 2007 at 13:51
SFATARE I LUOGHI COMUNI
Romeni, Sinti, popolazioni Romanì, migranti, nomadi, perseguitati, parti di uno stesso universo, ma distanti e differenti tra loro, una umanità non convergente ma diametralmente.
Come operatore sociale ho visto, ho ascoltato, ho toccato con mano il degrado umano, quello con l’alzo zero nei riguardi di una dignità colpita a morte.
Come uomo della strada ho osservato il cambiamento indotto nelle persone dalla miseria, fino a farle diventare marionette in balia del più prepotente.
Come cittadino abituato a leggere la realtà che vivo, non posso non obiettare per quella letteratura di sinistra, e quell’altra non meno deleteria di destra, che vorrebbero sindacare l’indicibile, che vorrebbero programmare il vuoto di valori, e progettare futuro, senza però fare i conti con il passato.
Popoli migranti con tradizioni e culture, con il proprio carico di disperazione e violenza insita nei bisogni disattesi, popoli e persone non meno malavitose di altre, in guerra tra poveri non meno di altri.
Fare sociologia di comodo è affermare che tutti i Romeni rapinano, che i Sinti sono tutti ladri, che i Rom sono l’ultima linea non più sanabile della convivenza civile, una etnia a parte, addirittura esclusa dai soliti esclusi.
Forse è davvero così, ma i fatti di sangue che hanno scatenato la caccia all’uomo nomade o stanziale che dir si voglia, sono accadimenti gravi non perché commessi da un miserabile per giunta straniero, sono gravi perché si tratta di reati incomprensibili e quindi inaccettabili, sono gravi perchè partoriti nel degrado, deprivato di ogni valore umano fin’anche il proprio nucleo famigliare.
Quando a Napoli si legano e torturano a morte due anziani pensionati inermi per estorcere loro del denaro, e a Roma si violenta e si “ butta via “ a morte una donna indifesa, l’infamia è identica, e non cambia di una virgola, con la differenza che a Roma s’è scatenata la voglia pazza di rogo, mentre a Napoli s’è verificata poco meno di una alzata di spalle.
Da uomo avvezzo al vicolo cieco, debbo dire che l’ingiustizia sta tutta nel dimenticare che non esiste preferenza o privilegio per quanti agiscono senza possedere neppure un vago senso della dignità, per quanti non conoscono traccia di compassione.
E’ necessario sfatare i luoghi comuni, non cadere nella pratica del licenziare un problema, lasciandone aperti altri, peggiori, come l’accettazione di campi e baracche del crimine, o altre “periferie” esistenziali dove nascondere l’irripetibile.
Risolvere la questione significa rimuovere le cause, forse occorre non rimanere indifferenti fino a quando la prossima tragedia ci toccherà nuovamente da vicino, forse occorre non consentire più forme di segregazione sociale, e fare accoglienza dove è davvero possibile, e costruire promozione umana nel riconsegnare autorevolezza alla norma scritta, quella che tutela la persona normale, con la propria dignità, e colpisce chi non s’adegua al rispetto degli altri.