Nessuna giustizia per i migranti
Gli sbarchi clandestini sulle coste siciliane sono ormai diventati una emergenza quotidiana. Li conosciamo questi rifugiati: sono superstiti di naufragi, di povertà e di guerre la cui responsabilità ricade in buona parte su quella stessa Europa, cui ora chiedono asilo. Ad attenderli, in Sicilia, trovano una struttura poliziesca che riesce ad essere crudele e inefficace allo stesso tempo.
E, al di là delle sbarre, c’è una estesa rete di solidarietà che cerca, spesso senza riuscirci, di stabilire un contatto e offrire aiuto, specie aiuto legale. Poiché è risaputo che il nostro ordinamento giuridico non regolamenta il diritto d’asilo, pur essendo questo riconosciuto dalla Costituzione. Si può ricorrere alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, di cui l’Italia è firmataria, ma questo i rifugiati non lo sanno. E infatti, per quanto si producano montagne di informazione, alla fine ci si rende conto che la disinformazione su questo argomento è grande e investe tutti, rifugiati, società civile e perfino funzionari pubblici. Qualcuno, forse, al Ministero degli Interni, ha un quadro chiaro della situazione, ma deve essere un segreto di stato. Ne parliamo con Filippo Finocchiaro, avvocato, membro della Rete Anti Razzista (RAS).
“Mi occupo di immigrati, ci dice Finocchiaro, e fornisco gratuito patrocinio, a carico dello stato.” Ma i problemi sono tanti: bisogna riuscire ad entrare in contatto con gli immigrati, e offrire loro assistenza legale prima che sia troppo tardi. Ci sono tempi strettissimi per coloro che sfuggono da persecuzioni. L’unica soluzione immediatamente percorribile è la procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato, ma accedervi è estremamente difficile.
La prassi è che in appena 48 ore dallo sbarco viene loro notificato un provvedimento di respingimento o di espulsione, e quindi trattenuti in uno dei famigerati Centri di Permanenza Temporanea (CPT). Oppure, se non vi è posto, viene loro ordinato di lasciare l’Italia in 5 giorni. Nel primo caso nessuno nel CPT li informa dei loro diritti, né gli avvocati d’ufficio si adoperano in tal senso. Nel secondo caso sono abbandonati a se stessi, e condannati alla clandestinità, perché non potranno comunque pagarsi un biglietto di aereo. Se poi verranno fermati saranno arrestati e sottoposti a procedimento penale. Lo stesso accade quando, trascorsi i 60 giorni previsti nei CPT, un rifugiato non identificato viene rimesso in libertà, con l’obbligo di lasciare il paese in cinque giorni. Ma come? Con quali mezzi? E se poi volesse chiedere lo status di rifugiato dovrebbe andare in Questura, dove lo arresterebbero subito. “L’intero sistema creato dalla Bossi Fini è una trappola- dice Finocchiaro- io seguo rifugiati politici, i quali, non potendo pagare un avvocato, hanno bisogno di un attestato dalla loro rappresentanza diplomatica che certifichi il loro reddito. Sulla base di quell’attestato il giudice italiano li ammetterà al gratuito patrocinio.
Ma come fa un rifugiato politico a chiedere un certificato allo stato dal quale fugge? Chiaramente, c’è una volontà politica volta a scoraggiare l’assistenza legale agli immigrati.” “Ma dove vanno a finire gli immigrati dopo lo sbarco?” chiediamo. Le alternative sono i CPT, i Centri di Identificazione, i rimpatri immediati, l’espulsione individuale e la fuga. Non c’è un criterio rigido che stabilisca un’alternativa, anzi, tutto è affidato più o meno al caso. Nei CPT si finisce, come dicevamo, non appena raggiunti da un’espulsione o da un respingimento, mentre nei centri di identificazione ci vai se sei riuscito a fare domanda per lo status di rifugiato prima dei provvedimenti.
In entrambi i casi i rifugiati vengono reclusi per via amministrativa, senza aver commesso alcun reato ed in contrasto con i principi costituzionali. I rimpatri poi sono il grande scandalo: Nessuno ne conosce con sicurezza il numero. Forzati a partire per la Libia o per altri paesi di origine, di questi rifugiati si perdono le tracce. Eppure i documenti dei procedimenti di espulsione, convalidati da un giudice di pace, dovrebbero esserci da qualche parte. Silenzio. Nonostante le condanne internazionali, l’Italia in questo momento continua a rispedire gente in Libia, un paese non firmatario della convenzione di Ginevra e con un pessimo record sui diritti umani. “Ma che accade a chi si riconosce il diritto di asilo?” chiediamo. I numeri, ci dice Filippo, sono risibili.
Nel 2004, secondo il Ministero degli Interni, i richiedenti asilo erano circa 9.000, mentre per il CIR (Consiglio Italiano Rifugiati) erano 14.000. Di questi, i dinieghi sono stati 2350, gli irreperibili 2446, mentre l’asilo è stato concesso solo a 780 rifugiati. A volte poi, invece dell’asilo, si concede la protezione umanitaria, valida un anno. Nel 2004 l’hanno ricevuta 3131 persone. I conti non tornano, è evidente. E comunque, anche se sei finalmente un rifugiato legale lo stato non ti concede alcun aiuto. Sei ancora una volta lasciato a te stesso. Non parliamo poi degli illegali. Ed è qui che entrano in ballo le associazioni di volontariato e la società civile, quando non si finisce nelle maglie del lavoro nero e della criminalità organizzata.
di Renato Camarda