Chiasso: riportati in Italia i profughi sudanesi
62 cittadini sudanesi che da qualche giorno avevano trovato ospitalità nel nostro Cantone, dapprima presso il centro della Protezione Civile di Castel San Pietro e in seguito presso il centro di registrazione dei rifugiati a Chiasso, sono stati riaccompagnati questa mattina alla frontiera italiana dove sono stati presi in consegna dalle competenti autorità di Polizia per essere trasferiti a Milano.
L’operazione, iniziata alle cinque del mattino, è stata condotta da un centinaio di agenti, tra Polizia Cantonale, Corpo delle Guardie di Confine e agenti delle Polizie comunali. I cittadini sudanesi hanno opposto resistenza. Hanno perciò dovuto essere dapprima immobilizzati e, in seguito, ammanettati. Tenuto conto delle circostanze, l’operazione si è comunque svolta senza particolari inconvenienti e senza significative conseguenze per l’integrità delle persone.
La maggior parte dei 62 sudanesi era entrata illegalmente in Svizzera nella notte fra il 10 e l’11 gennaio. Considerati i problemi emersi nell’allestimento delle pratiche di riammissione in Italia, ma soprattutto lo stato di salute di numerosi componenti del gruppo - a seguito delle temperature particolarmente rigide e della mancata assunzione di cibo e bevande, l’autorità cantonale in accordo con il Corpo delle Guardie di confine, autorizzava il collocamento dei sudanesi presso il Centro della Protezione civile di Castel San Pietro.
Nel corso della giornata di giovedì 12 gennaio i contatti con il gruppo, curati dal direttore del Dipartimento delle Istituzioni Luigi Pedrazzini, dal Comandante del IV Corpo delle Guardie di Confine Fiorenzo Rossinelli e dal maggiore Flavio Varini della Polizia cantonale inducevano i sudanesi a abbandonare lo sciopero della fame, ritenuto che il Cantone si sarebbe adoperato per far giungere in Ticino un rappresentante dell’alto commissariato dell’ONU di Ginevra per i rifugiati.
Ciò avveniva venerdì 13 gennaio. Il capo del servizio di collegamento dell’alto commissariato dell’ONU per i rifugiati Hans Lunshof conferiva con il gruppo di sudanesi nell’intento di convincerli a rientrare in Italia (dove sono al beneficio di un permesso di soggiorno umanitario). Malgrado questo interessamento, i sudanesi ribadivano a più riprese la loro intenzione di non rientrare in Italia, preferendo al limite il loro rimpatrio nel Sudan (ciò che già in ragione della mancanza di documenti validi appariva impossibile). Nella serata di venerdì 13 gennaio i sudanesi erano poi stati collocati presso il centro di registrazione di Chiasso, dal momento che la struttura di Castel San Pietro non permetteva un’adeguata presa a carico del gruppo per un periodo prolungato di tempo.
Autorizzando venerdì di prolungare per qualche giorno la loro permanenza in Ticino, l’autorità cantonale aveva avuto assicurazioni dalle competenti istanze italiane che non si sarebbero opposte all’applicazione alla procedura di riammissione nella forma semplificata, anche se era trascorso il periodo di 48 ore entro il quale i sudanesi avrebbero dovuto essere riaccompagnati alla frontiera.
Ieri, lunedì 16 gennaio, la direzione del Dipartimento delle Istituzioni ha preso ancora contatto con il capo del servizio di collegamento Lunshof e appurato che, vista la posizione ribadita dai sudanesi di non voler rientrare in Italia, non era più sua intenzione ritornare in Ticino. Lunshof ha comunque garantito che la questione sarebbe stata seguita in Italia dai competenti servizi dell’alto commissariato dell’ONU. Ancora nel corso della giornata di lunedì rappresentanti del Corpo delle Guardie di Confine e della Polizia cantonale hanno nuovamente ribadito ai sudanesi l’impossibilità di prolungare la loro presenza nel nostro Cantone e indicato l’intenzione di procedere in tempi brevi a un riaccompagnamento alla frontiera italiana. I contatti con le competenti autorità doganali e di Polizia italiana hanno confermato la disponibilità a accogliere il gruppo e a riportarlo a Milano da dove lo stesso era partito la scorsa settimana. Contatti avuti con la prefettura di Milano hanno dato adeguate garanzie che il gruppo di sudanesi avrebbe ricevuto, al suo rientro, un alloggio.