Arrivano da tutti i paesi dell’Africa nera. Viaggiano a piedi attraverso la savana e il deserto e restano nascosti per anni nelle foreste del Marocco, in attesa di “scavalcare la rete” ed entrare nell’enclave spagnola di Melilla. Braccati dai militari, sottoposti a ogni tipo di violenza, molti non ce la fanno. E allora ripartono per la Mauritania per imbarcarsi per le Canarie, la “nuova porta” d’accesso all’Europa.
di Maurizio Dematteis da Melilla
«Fratello, questa è una guerra. Soltanto Dio sa come andrà a finire. Ho tentato di scavalcare la Valla (rete posta a protezione della frontiera spagnola di Melilla, nda) tre volte. Mi hanno sempre preso. Mi hanno picchiato e riportato alla frontiera con l’Algeria. Ora mi riposo per qualche settimana e appena trovo qualche soldo riparto per la Mauritania. La nuova via è quella. Qui dal Marocco è sempre più difficile passare». Ibrahim, camerunese di 25 anni, ha lo sguardo basso sulla terra brulla della foresta di Oujda, città marocchina al confine con l’Algeria. È in Marocco ormai da 2 anni e mezzo, e la doppia recinzione di rete e filo spinato alta 6 metri che circonda i 12 chilometri quadrati della cittadina spagnola di Melilla, enclave spagnola in terra d’Africa, è diventata la sua ossessione. «Per passare la rete bisogna avere dei jeans, un giubbotto a maniche lunghe e dei guanti di cuoio - spiega Sibo Kamara, ivoriano trentenne seduto a fianco a Ibrahim - Altrimenti il filo spinato in cima alla barriera ti strappa la pelle. Si scavalca la prima rete con una scala e se ne lancia un’altra per scavalcare la seconda. Ho provato già tante volte ma non sono mai riuscito. Quest’inverno un compagno avanti a me è riuscito a passare. Ora è nel Ceti (centro di accoglienza di Melilla, nda), ogni tanto mi telefona e mi ha detto che a giorni lo trasferiscono in Spagna». Sibo è rimasto “prigioniero della foresta” con Ibrahim e centinaia di altri immigrati subsahariani clandestini: provengono dal Camerun, Costa d’Avorio, Liberia, Guinea Bissau, Guinea Conakri, Sierra Leone, Ghana, Nigeria, Gabon e vivono alla giornata, braccati dai militari marocchini e costretti a dormire sotto gli alberi. «Il nostro mondo finisce sul limite della foresta - spiega Mukete, un ragazzo alto e magro proveniente dal Camerun - Sono quasi due anni che vivo nascosto tra questi alberi. Se esco e mi prendono i militari mi portano a morire nel deserto dell’Algeria. Sto aspettando il momento migliore per mettermi in marcia per Melilla o Ceuta». Come i suoi compagni Mukete è convinto che si tratti solo di tempo, perché «non è possibile che ci fermino - continua - Mi hanno detto che stanno costruendo una terza rete intorno a Melilla. Ma non riusciranno a fermarci. Ho lasciato il mio paese in cui non avevo nulla, sono entrato in Nigeria, ho attraversato il Niger, poi il Mali, l’Algeria e infine sono arrivato qui in Marocco. Ora non è giusto che ci impediscano di andare verso una vita migliore, non abbiamo fatto niente di male».
Prigionieri della foresta
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