di Elena Marisol Brandolini
Lo scorso sabato, centinaia di migliaia - 500 mila, 1 milione? - di immigrati messicani, guatemaltechi, honduregni, salvadoregni e nicaraguensi hanno invaso le vie di Los Angeles, reclamando dignità e diritti. Nel Senato degli Stati Uniti si è appena aperto il dibattito su come regolarizzare 12 milioni di clandestini.
In Italia, il Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi, ha introdotto l’argomento immigrazione in campagna elettorale, al grido di “Non vogliamo un’Italia plurietnica e pluriculturale”, suscitando lo sgomento e l’indignazione dei più.
Il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, il portoghese Alvaro Gil-Robles, intervistato negli scorsi giorni da El País, ha dichiarato che “Il problema dell’immigrazione, soprattutto nel Mediterraneo, supera i paesi implicati”. Sarebbe necessaria, piuttosto, “una politica europea sull’immigrazione”, perché “deve finire […] questa situazione di nuovi trafficanti negrieri che esiste in Europa basata sullo sfruttamento della miseria, della disperazione di questa gente”. Solo che “Non siamo capaci ancora in Europa di sederci attorno ad un tavolo, convenire su dei criteri comuni ed applicarli”.
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